Intenzioni

«Nel sempre più rapido scorrere dei miei tardi anni sento l’obbligo di provvedere nel miglior modo, e per vantaggio delle giovani generazioni, alla sopravvivenza della mia eredità intellettuale:

  • eredità di uno storico dell’arte, nato nel 1890 ed operoso dal 1910 ad oggi; quasi sessant’anni di lavoro.

La consistenza materiale di tale eredità fonda sulla tre “voci” principali:

  1. di una Biblioteca,
  2. di una Fototeca,
  3. di una Collezione di opere d’arte.

Posso facilmente presagire il profondo snaturamento che i miei strumenti di lavoro subirebbero nel trapasso ai pozzi librari delle nostre Facoltà o ai cunicoli dei nostri depositorii di Galleria, così smarrendo in breve il significato storico della propria formazione, sempre strettamente connessa con la mia personale vicenda di storico, di critico e di conoscitore.
Ho perciò creduto possibile e conveniente suggerire – col consenso e lo stimolo di valide, illuminate amicizie – che tutti codesti strumenti di lavoro rimangano congiunti nella vecchia casa fiorentina dove per più di trent’anni ho abitato e operato, e possano in breve convertirsi in una Fondazione di Studi di Storia dell’Arte. Non occorre aggiungere di quale conforto sarebbe per me, ove la mia vita prosegua di un tratto, l’assistere personalmente ai primi passi di tale Fondazione, accogliendovi e indirizzandovi i primi “corsisti”.

Per meglio intendere entro quali confini potranno svolgersi più proficuamente i lavori della Fondazione, sarà bene indicare, sia pure per sommi capi, la consistenza e il carattere del materiale di studio messo a disposizione, secondo le sue tre “voci” principali.
A cominciare dalla Biblioteca. La sua consistenza, ancora in accrescimento, è oggi fra i 20 ed i 25 mila numeri, non vi manca, come d’obbligo, una sezione di “consultazione” assai ben fornita di Enciclopedie generali e speciali, Dizionari artistici, Storie generali dell’arte, Manuali, Repertori di opere etc.; ma, rispecchiando in prosieguo e inevitabilmente il mio personale “cursus studiorum” – notoriamente volto ad alcune plaghe meno conosciute di “primitivi italiani” (specialmente padani) o ad età provette dell’arte nostra (dal Cinque all’Ottocento) – si fa in breve più specialista nelle altre sezioni, particolarmente ricche di:

  1. Fonti biografiche dal Rinascimento in qua;
  2. Viaggi di stranieri in Italia;
  3. Guide antiche e moderne di città, province e regioni;
  4. Cataloghi di Musei e raccolte private;
  5. Cataloghi di vendite d’arte;
  6. Cataloghi di esposizioni d’arte antica in Italia e all’estero;
  7. Monografie di artisti antichi;
  8. Monografie di artisti moderni;
  9. Volumi su correnti e tendenze d’arte moderna e contemporanea;
  10. Cataloghi di mostre periodiche (Biennali, Triennali; Quadriennali etc.) nonché, in numero ingente, di mostre personali e collettive d’arte moderna.

Seconda voce è quella della Fototeca.
Di circa 60.000 numeri, ma in continuo, quasi quotidiano accrescimento – anch’essa riflette il mio lavoro specialistico di annotatore di opere d’arte e non tanto di quelle più comunemente reperibili in effigie nelle raccolte fotografiche di firme correnti (Alinari, Anderson, Brogi, etc.), quanto di altre meno facilmente attingibili, perché giuntemi spesso in esame da fonti private in cerca di un’opinione responsabile. Su questo materiale, ben s’intende, io stesso apporto continui aggiornamenti e mi auguro che tale lavoro venga proseguito dai miei giovani successori. E per rendere meglio il senso della vastità d’informazione attingibile, una volta tradotto il materiale in “voci” di artisti, basti riflettere che, mentre gli “Indici” del Berenson sui pittori italiani dal Due al Cinquecento comprendono più o meno seicento nominativi, quelli della mia Fototeca, estesa anche ai secoli successivi, ne accolgono fino ad oggi cinquemila all’incirca.

Segue e chiude, come terza voce della progettata Fondazione, la mia Collezione di opere d’arte.
Disposta negli ambienti più idonei della casa di via Fortini e integrata dalle cartelle di “Miniature” e di “Disegni” originali (antichi e moderni), anche la raccolta dei dipinti è, in certo modo, specializzata in parallelo alla Biblioteca e alla Fototeca; cioè rispecchia, pur essa, lo svolgimento preferenziale delle mie ricerche. Non vi mancano neppure alcuni numeri, e rilevantissimi, tra il Due e il Trecento toscano; ma è ben più significativo che la mia riesumazione critica (intorno al 1930) del Trecento padano – dalla Lombardia all’Emilia – si illustri non soltanto negli scritti ma anche in una serie di originali della mia collezione: da Vitale di Bologna e Jacopino di Francesco, al “Riminese di Santa Maria in Porto fuori”, a Tommaso e Giovanni da Modena, al Bergognone e a Carlo Braccesco.
Altrettanto rivelativo il parallelo fra i miei studi sull’estremo “manierismo” nell’Italia del Nord e la presenza, nella Collezione, di originali lombardi e genovesi di quella tendenza, dall’Assereto al Morazzone, al Cerano, al Moncalvo, al Procaccini, al Cairo.

Più illuminante ancora risulta l’affiancamento dei miei scritti sul Caravaggio e i Caravaggeschi (1928-1968) con gli originali che, nella raccolta, illustrano ampiamente quel gran moto “naturalistico”: dal fondatore Caravaggio in persona (“Il fanciullo morso dal ramarro”) ai suoi seguaci italiani ed europei, qui quasi tutti presenti: Saraceni, Borgianni, Caracciolo, Elsheimer, Valentin, Baburen, Dughet, Passante, Preti, Stomer e via di seguito, fino alla ripresa lombarda di un secolo dopo con Ghislandi e col Ceruti.
Ma qui non si vuol dare il catalogo completo di una Collezione di “studio” che, per i soli dipinti, conta più di duecento numeri e si chiude con esemplari scelti dei maggiori artisti italiani dell’ultimo cinquantennio; per non dir altro, gli undici dipinti di Morandi e quattro di Carrà.
Tutto questo è quanto mi onoro di offrire alla progettata Fondazione di studi, che già funzionava implicitamente per i miei allievi migliori e che ora non chiede che di seguitare, meglio specificandola, nella propria attività di ricerca, di pubblicazione e di guida.»

Roberto Longhi